Indice — 19 percorsiWeb Agency · Milano

Guida operativa · Realizzazione Siti Web

Sito web aziendale: come crearlo, cosa deve contenere e quali obblighi rispettare

Come creare un sito web aziendale: obiettivi, tipo di sito, pagine indispensabili, dati obbligatori per legge, tecnologia e cosa fare dopo il lancio.

Tempo di lettura: 13 min

Blog redesign · Realizzazione Siti Web

Sito web aziendale: come crearlo, cosa deve contenere e quali obblighi rispettare

Un sito web aziendale è il sito con cui un'impresa si presenta, spiega cosa offre e si fa contattare, ed è il posto in cui un potenziale cliente va a verificare chi sei prima di scriverti. Per crearne uno che lavori davvero servono, in quest'ordine, un obiettivo misurabile, il tipo di sito adatto, pagine che rispondono alle domande dei clienti, i dati che la legge chiede di pubblicare, una tecnologia che il tuo team sappia gestire e un piano per dopo il lancio. La guida segue la stessa sequenza, quindi puoi usarla come scaletta di lavoro.

Qual è il lavoro che il sito deve fare per la tua azienda?

Un sito senza un obiettivo preciso finisce per somigliare a una brochure: dice tutto e non chiede niente. Prima di pensare alla grafica decidi qual è l'azione principale che vuoi dal visitatore: chiamarti, chiedere un preventivo, prenotare un appuntamento, comprare, candidarsi per una posizione aperta. Gli obiettivi secondari possono esserci, ma uno deve venire prima degli altri, perché decide cosa mettere in alto nelle pagine e quale pulsante ripetere.

Poi rendilo misurabile. In Google Analytics 4 ogni azione importante, come l'invio di un modulo o il clic sul numero di telefono, si può contrassegnare come evento chiave e seguire nei report. Prima di cominciare annota quanti contatti ricevi oggi e da quali canali: è l'unico metro onesto per capire, più avanti, se il sito nuovo sta facendo il suo lavoro.

Pensa a un'impresa di impianti che lavora quasi solo con il passaparola. I clienti nuovi arrivano già raccomandati, cercano il nome su Google e aprono il sito per capire se l'azienda è solida. Per lei il sito deve soprattutto rassicurare: lavori realizzati, certificazioni, zone servite, un numero da chiamare. Un negozio che vende online ha un compito diverso, cioè far trovare e acquistare i prodotti con il minor numero di passaggi possibile.

Chiediti anche chi legge. Quando vendi ad altre aziende, lo stesso sito viene spesso visitato da persone con domande diverse: il titolare vuole capire se sei affidabile, il tecnico cerca le specifiche, l'ufficio acquisti vuole sapere come si lavora con te. Un buon sito aziendale prevede un percorso per ciascuno, senza costringere tutti a leggere tutto.

Che tipo di sito ti serve davvero?

Dietro l'etichetta «sito aziendale» ci sono oggetti molto diversi, con costi e manutenzione diversi. Scegliere il tipo giusto evita due errori opposti: pagare funzioni che nessuno userà, oppure partire con uno strumento troppo piccolo e doverlo rifare presto. Questi sono i casi più comuni:

  • Sito vetrina, detto anche istituzionale: poche pagine che presentano l'azienda, i servizi e i contatti. È la forma tipica di studi professionali, artigiani e aziende di servizi che vendono attraverso una trattativa.
  • Sito con catalogo: aggiunge schede di prodotti consultabili, senza carrello. Serve a chi vende tramite rete commerciale o rivenditori e vuole che il cliente arrivi alla richiesta di informazioni già orientato.
  • E-commerce: vendita online con carrello, pagamenti e gestione degli ordini. Porta con sé obblighi in più verso i consumatori e, per molte imprese, anche quelli sull'accessibilità di cui parliamo più avanti.
  • Landing page: una pagina singola costruita per una campagna o un'offerta, con un solo obiettivo. Di solito affianca il sito principale e non lo sostituisce.
  • Sito con area riservata o portale: contenuti e funzioni diversi per ogni utente registrato, come un'area clienti o un portale per i rivenditori. Qui si passa dal sito alla web app, con logiche, sicurezza e manutenzione da software.
  • Sito multilingua: una qualsiasi delle forme precedenti in più lingue, con indirizzi separati per ogni lingua e testi tradotti davvero, non solo i menu.

Per scegliere rispondi a quattro domande. Chi aggiornerà i contenuti, e quanto spesso? Ci sono informazioni o funzioni riservate ai clienti? Vendi online a consumatori finali? In quali lingue lavorano i tuoi clienti? Le risposte orientano anche la tecnologia: un sito vetrina che cambia poche volte l'anno non ha le esigenze di un catalogo con centinaia di schede aggiornate ogni settimana dall'ufficio commerciale.

Per Grimaldi Ristrutturazioni, impresa edile che lavora soprattutto a Milano e nell'hinterland, la risposta era un sito vetrina: comunicare professionalità e affidabilità, presentare i servizi e generare nuovi contatti. Il cuore del progetto è stato il lavoro di UI/UX design, affiancato da una SEO pensata per le ricerche locali sulle ristrutturazioni a Milano e dintorni.

Quali pagine deve avere un sito aziendale?

Non esiste un numero giusto di pagine. Esiste un elenco di domande che il visitatore si fa prima di contattarti, e ogni pagina ne copre alcune. Per la maggior parte delle aziende la base è questa:

  • Home: chi sei, cosa fai, per chi e dove, detto in poche righe leggibili anche da telefono, con l'azione principale bene in vista e i collegamenti alle pagine che approfondiscono.
  • Una pagina per ogni servizio o linea di prodotto: quale problema risolve, come lavori, per chi è adatto, cosa serve per partire, le domande che ti fanno più spesso. Una sola pagina «Servizi» con tutto dentro spiega poco e non si posiziona su nessuna ricerca specifica.
  • Chi siamo: storia, persone con nome e ruolo, sede, certificazioni, associazioni di categoria. È la pagina in cui il cliente decide se fidarsi.
  • Lavori o casi: progetti veri, con cosa è stato fatto, per chi e con quale obiettivo. Se non puoi fare nomi, descrivi settore e problema di partenza.
  • Contatti: modulo breve, telefono cliccabile, email, indirizzo e orari. Se ricevi clienti in sede, aggiungi come arrivare e dove parcheggiare.
  • Pagine legali: informativa privacy, cookie policy con il relativo banner e, se vendi online, condizioni di vendita.
  • Guide o blog, se hai davvero qualcosa da spiegare: articoli che rispondono alle domande dei clienti, al posto di notizie aziendali pubblicate ogni tanto.

Le pagine servizio meritano più cura di quanta ne ricevano di solito, perché sono quelle che intercettano le ricerche di chi sta cercando un fornitore. Per Linguissima, un centro di formazione linguistica, ogni corso ha una pagina dedicata con un invito chiaro a chiedere informazioni o a prenotare una lezione di prova: chi cerca un corso di inglese arriva sulla pagina del corso di inglese, non su un elenco generico.

Su tutte le pagine valgono due regole. Le foto devono mostrare persone, sedi e lavori veri, perché un'immagine d'archivio non dimostra niente a chi deve decidere se fidarsi. E ogni affermazione importante va sostenuta da qualcosa di verificabile: Google, tra le domande con cui invita a valutare i propri contenuti, chiede se le informazioni sono presentate in modo affidabile, con fonti chiare e prove delle competenze di chi le fornisce.

La navigazione deve rendere ovvio dove si trova ogni cosa. Voci di menu chiare come «Servizi», «Lavori» e «Contatti» funzionano meglio di etichette creative che il visitatore deve interpretare. Il piè di pagina è il posto giusto per le informazioni pratiche, a partire dai dati che la legge ti chiede di pubblicare.

Quali dati la legge ti chiede di pubblicare sul sito?

Qui non si tratta di scelte di stile. Alcune informazioni vanno pubblicate da tutte le aziende, altre dipendono dalla forma societaria e da cosa fai online. Le principali sono queste:

  • Partita IVA nella home page. L'articolo 35 del DPR 633/1972 prevede che il numero sia indicato anche «nella home-page dell'eventuale sito web», come riporta il testo pubblicato dall'Agenzia delle Entrate. Di solito si mette nel piè di pagina, che compare anche in home.
  • Dati societari, se sei una Spa, una Srl o una Sapa: registro delle imprese e numero di iscrizione, tipo di società, sede ed eventuale stato di liquidazione; se indichi il capitale, deve essere quello sottoscritto e versato. Lo chiede l'articolo 26 della direttiva UE 2017/1132, che in Italia trovi nell'articolo 2250 del Codice civile.
  • Dati di chi offre il servizio: nome, indirizzo, recapiti per un contatto rapido compresa l'email, eventuale registro o albo professionale di iscrizione. Sono le informazioni generali previste dall'articolo 5 della direttiva europea sul commercio elettronico, recepita anche in Italia.
  • Informativa privacy. Se raccogli dati con un modulo di contatto devi spiegare chi li tratta, per quali finalità, su quale base giuridica e per quanto tempo li conservi, come prevede l'articolo 13 del GDPR.
  • Banner dei cookie. Se usi cookie o altri strumenti di tracciamento diversi da quelli tecnici, per esempio per la pubblicità profilata, chi chiude il banner con la X deve poter continuare a navigare senza di loro, e il semplice scorrimento della pagina non vale come consenso: lo indicano le linee guida del Garante privacy.
  • Accessibilità, se vendi online a consumatori. Dal 28 giugno 2025 i servizi di commercio elettronico devono rispettare i requisiti del decreto legislativo 82/2022, con l'esenzione delle microimprese, come riassumono le domande frequenti dell'AgID. Obblighi ed eccezioni sono spiegati nella guida sull'accessibilità dei siti web.

Questo elenco serve a non scoprire un obbligo dopo la messa online, quando sistemarlo costa di più. Non sostituisce il parere del tuo commercialista o di un legale, soprattutto se lavori in un settore regolamentato o vendi all'estero.

Come si costruisce un sito aziendale, passo dopo passo?

Che il sito lo faccia tu, un freelance o un'agenzia, il lavoro attraversa le stesse fasi. L'ordine conta, perché ognuna prepara il materiale per quella successiva.

  • Brief. Metti per iscritto obiettivo, pubblico, servizi, esempi di siti che ti piacciono e perché, vincoli di budget e di data. Se non sai da dove cominciare, usa il nostro template di brief per il sito web.
  • Struttura. Scrivi l'elenco delle pagine e dei collegamenti tra loro, con indirizzi leggibili: Google consiglia URL descrittivi, con parole utili a chi legge al posto di codici casuali.
  • Contenuti. Testi, foto, casi, documenti da scaricare. Vanno preparati prima del design o insieme, perché la grafica si costruisce sui contenuti veri e non sul testo segnaposto.
  • Design. Si parte dalle pagine principali, pensate prima per lo smartphone. Google usa la versione mobile dei contenuti per indicizzare il sito: quello che togli dalla versione da telefono rischi di toglierlo anche dai risultati di ricerca.
  • Sviluppo e caricamento dei contenuti. Il sito prende forma in un ambiente di prova, separato da quello pubblico, dove puoi rivederlo e chiedere correzioni.
  • Controlli prima del lancio. Moduli che arrivano davvero alla casella giusta, velocità, resa su telefono, link interrotti, dati legali, reindirizzamenti dalle vecchie pagine se il sito ne sostituisce uno esistente.
  • Messa online e misura. Si invia la sitemap a Google Search Console, lo strumento gratuito che mostra come Google vede il sito, e si verifica che gli eventi chiave arrivino in Analytics.

Sui testi conviene decidere presto chi scrive e chi approva. Tu conosci l'azienda meglio di chiunque, ma un copywriter sa trasformare quello che sai in pagine che rispondono alle domande dei clienti; spesso la soluzione migliore è una bozza tua rivista da chi scrive per mestiere. Qualunque sia la scelta, serve una sola persona che dia l'approvazione finale, altrimenti i testi girano tra uffici diversi e il progetto si ferma.

Se il nuovo sito prende il posto di uno vecchio, il passaggio delicato è l'ultimo. Gli indirizzi che cambiano vanno collegati ai nuovi con redirect 301, cioè reindirizzamenti permanenti, pagina per pagina, seguendo la guida di Google agli spostamenti di sito. Google stesso avverte che durante uno spostamento il posizionamento può oscillare per un periodo: una mappa dei redirect fatta con cura limita i danni.

Chi deve costruirlo: tu, un freelance o un'agenzia?

Dipende da quanto è complesso il sito e da quanto tempo puoi dedicargli. Con i costruttori di siti in abbonamento puoi mettere in piedi da solo un sito vetrina semplice. Il limite è che il sito resta legato alla piattaforma: nel caso di Wix, per esempio, non si può trasferire su un altro hosting.

WordPress è il sistema più usato: secondo WordPress.org è la piattaforma di oltre il 43% dei siti web, e puoi ospitarlo sul server che preferisci. In cambio chiede aggiornamenti regolari di core, tema e plugin. Un sito sviluppato su misura, per esempio in Next.js, dà controllo completo su prestazioni e design, ma richiede sviluppatori competenti all'inizio e negli anni. I criteri per scegliere tra queste strade sono nel confronto tra page builder e codice su misura.

Un buon freelance è spesso la scelta giusta per un sito semplice. Un'agenzia ha senso quando servono più competenze insieme, cioè strategia, design, sviluppo, SEO e campagne, e qualcuno che risponda del risultato complessivo. In My Web Lab, per esempio, lavorano insieme Pietro Previtali (web design e advertising), Matteo (brand e product design) e Simone (SEO): in un sito piccolo una persona sola può coprire questi ruoli, in uno più articolato di solito no.

Qualunque strada scegli, alcune cose devono restare a nome tuo:

  • il dominio, registrato con la tua azienda come intestataria: per il Registro .it il registrante è l'unico responsabile del nome a dominio e del suo uso;
  • l'accesso da amministratore al sito e al pannello dell'hosting;
  • la proprietà di Google Search Console, perché solo il proprietario può concedere i permessi agli altri utenti;
  • gli account di Analytics e degli strumenti pubblicitari, con il fornitore come utente e non come proprietario;
  • i file grafici e, se il sito è sviluppato su misura, il codice sorgente, con le condizioni scritte nel contratto.

Come fai a farti trovare su Google dopo il lancio?

Mettere online il sito non porta visite da solo. Le basi tecniche vanno impostate subito: un titolo e una descrizione diversi per ogni pagina, testi che usano le parole con cui i clienti cercano, collegamenti tra pagine che trattano temi vicini. Con i dati strutturati di tipo Organization puoi indicare a Google anche nome, logo, indirizzo e contatti dell'azienda.

Conta anche come si comporta la pagina. Le soglie dei Core Web Vitals sono precise: il contenuto principale dovrebbe comparire entro 2,5 secondi, la pagina dovrebbe rispondere a un clic o a un tocco entro 200 millisecondi e il layout non dovrebbe spostarsi oltre un valore di 0,1. Google usa queste metriche nei sistemi di ranking, ma precisa che buoni punteggi non garantiscono le prime posizioni e che mostra comunque i contenuti più pertinenti: la velocità fa la differenza quando i contenuti utili sono tanti.

Se lavori su un territorio, crea e completa il profilo dell'azienda su Google. È quello che compare nei risultati locali su Maps e nella Ricerca, che secondo Google dipendono soprattutto da pertinenza, distanza e popolarità. La distanza non la scegli; sulle altre due puoi lavorare con informazioni complete, foto aggiornate e recensioni vere.

Poi misura con pazienza. In Search Console controlla quali pagine risultano indicizzate e con quali ricerche compaiono. Google avverte che alcune modifiche hanno effetto in poche ore e altre richiedono mesi: giudicare il lavoro dopo pochi giorni rischia di portarti a conclusioni sbagliate.

Quanto costa un sito aziendale e cosa succede dopo la messa online?

Il costo dipende da poche variabili, sempre le stesse: quante pagine e quanti modelli di pagina servono, se il design è su misura o parte da un tema, chi scrive i testi e chi fa le foto, quante lingue, quali integrazioni con gestionale, CRM o sistemi di prenotazione, quanta SEO è compresa. Per questo due preventivi per «un sito aziendale» possono descrivere lavori che non hanno niente in comune. Come leggerli, confrontarli e capire cosa è escluso lo spieghiamo nella guida su quanto costa un sito web.

Dopo il lancio restano spese e attività ricorrenti: rinnovo del dominio, hosting, eventuali licenze di tema, plugin o servizi esterni, aggiornamenti di sicurezza, backup, contenuti nuovi. Anche il software su cui gira il sito invecchia: le versioni di PHP, il linguaggio su cui funziona WordPress, smettono di ricevere correzioni dopo un periodo stabilito e vanno sostituite. Chi non pianifica questi passaggi rischia di accorgersene quando qualcosa smette di funzionare.

Un sito aziendale che funziona cambia insieme all'azienda: servizi nuovi, casi da aggiungere, pagine da riscrivere perché le domande dei clienti sono cambiate. Conviene quindi decidere subito chi se ne occupa, all'interno o con un servizio di gestione del sito, invece di lasciarlo fermo fino al prossimo rifacimento.

Se vuoi costruire il sito della tua azienda seguendo questi passaggi, raccontaci da dove parti, anche solo con l'obiettivo e l'elenco dei servizi: il nostro lavoro di realizzazione di siti web comincia proprio da lì.

Domande frequenti

Quante pagine deve avere un sito aziendale?

Non c'è un numero minimo o massimo. La base per quasi tutte le aziende è home, una pagina per ogni servizio o linea di prodotto, chi siamo, lavori o casi, contatti e pagine legali. Il resto si aggiunge solo se risponde a domande reali dei clienti.

Posso creare il sito aziendale da solo?

Sì, per un sito vetrina semplice i costruttori di siti in abbonamento o WordPress permettono di farlo senza scrivere codice. Metti in conto il tempo per testi, foto e aggiornamenti, e verifica fin dall'inizio se potrai spostare il sito altrove in futuro. Quando servono integrazioni, più lingue o visibilità su Google in un settore competitivo, un aiuto professionale fa risparmiare tempo ed errori.

Il sito aziendale deve essere accessibile per legge?

Dipende da cosa fai online e da quanto è grande l'azienda. Dal 28 giugno 2025 i servizi di commercio elettronico verso i consumatori devono rispettare i requisiti del decreto legislativo 82/2022, tranne quelli offerti dalle microimprese, mentre la Legge Stanca riguarda la pubblica amministrazione e le aziende private molto grandi. Per gli altri siti le norme sull'accessibilità digitale non prevedono oggi un obbligo specifico, ma un sito accessibile è più facile da usare per chiunque.

Chi deve essere il proprietario del dominio e degli accessi?

La tua azienda. Il dominio va registrato con l'azienda come intestataria, e devi avere l'accesso da amministratore al sito, all'hosting, a Google Search Console e ad Analytics. Il fornitore lavora con utenze sue, che puoi togliere quando il rapporto finisce.

Articolo a cura diPietro Previtali

Fondatore di My Web Lab, web agency con sede a Segrate (Milano): oltre 150 progetti tra siti su misura, e-commerce e web app. Rivede ogni guida del blog prima della pubblicazione.

Lavora con noi →

Risorse correlate

Tutte le guide →

Tutto su Realizzazione Siti Web

Tutte le guide →

Progetti che abbiamo realizzato

Tutto il portfolio →

Hai un progetto in mente?

Parliamone.

Contattaci ora